C’è un momento nella storia di Apple che ogni appassionato dovrebbe rivivere almeno una volta: quel magico 1998 quando Steve Jobs tornò sul palco per presentare quello che sarebbe diventato il simbolo della rinascita di Cupertino. Il video The First iMac Introduction su YouTube del canale JoshuaG ci regala ancora oggi l’emozione di quel momento irripetibile, quando Jobs spiegò con il suo inconfondibile entusiasmo come l’iMac nascesse dall’unione tra l’eccitazione di internet e la semplicità del Macintosh.

Non era solo un computer quello che stava per svelare: era la risposta di Apple a chi aveva dato per morta l’azienda. Jobs lo disse chiaramente: volevano creare il computer perfetto per quello che i consumatori desideravano davvero, ovvero “andare su internet in modo semplice e veloce”. Era una rivoluzione che partiva dal cuore delle esigenze reali delle persone.

Con la passione di sempre, Jobs demolì letteralmente la concorrenza dell’epoca. Quei computer erano “davvero lenti”, con “display piuttosto scadenti” da 13 o 14 pollici di “qualità molto povera”, spesso senza connettività di rete e, la sentenza finale, “brutti”. Ma Apple aveva preparato qualcosa di straordinario: un G3 da 233 MHz quando tutti usavano ancora processori dell’anno precedente, con mezzo megabyte di cache L2 che faceva “urlare” il sistema.

La magia delle specifiche che facevano sognare

E poi c’era quel display da 15 pollici a 1024×768 pixel, che Jobs descrisse come “la dimensione più grande che vorreste mai in un computer consumer”. Era il futuro che bussava alla porta: 32 MB di memoria espandibili a 128, hard disk da 4 GB, lettore CD-ROM 24x e quella rivoluzionaria Ethernet a 100 megabit di serie. Jobs aveva già intuito quello che stava arrivando, parlando del 10% delle case nella Silicon Valley che avevano cablaggio di classe 5 e delle reti domestiche che stavano emergendo.

Ma l’iMac era molto di più: modem veloce, infrarossi da 4 megabit per le foto digitali, due porte Universal Serial Bus da 12 megabit, audio stereo surround. “Stiamo lasciando alle spalle il vecchio I/O Apple”, disse Jobs, abbracciando il futuro a braccia aperte.

E poi arrivò il momento magico: quando tolse il velo e mostrò quella meraviglia traslucida. “L’intera macchina è traslucida, puoi vedere all’interno, è fantastico!” Le sue parole tradivano un’eccitazione genuina mentre indicava gli altoparlanti stereo frontali, l’unità CD-ROM centrale, i doppi jack per cuffie stereo e “il mouse più bello del pianeta”. La conclusione fu epica: “Sembra che provenga da un altro pianeta, e un pianeta migliore, un pianeta con designer migliori”.

Rivedere quella presentazione oggi significa tornare bambini davanti al futuro. L’iMac non era solo un computer: era la promessa che la tecnologia poteva essere bella, desiderabile, umana. Era Steve Jobs che ci ricordava perché ci eravamo innamorati di Apple.

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