Come ti controllo il danno mediatico: Apple e le reazioni alla stampa

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Parallelamente alla sua crescita, un’azienda si trova ad affrontare esposizioni mediatiche sempre più forti. Più l’azienda è nota, più i riflettori dei media sono pronti a puntare le loro luci su di essa: che si tratti di notizie positive, o, meglio ancora (per i media) negative. La notizia dell’errore o del bug, ripresa a titoloni efficaci che a volte sono parzialmente fuorvianti per calcare la mano, porta molti lettori. Ciascuna azienda ha poi il suo modo di reagire alle accuse dei media. L’ultimo scandalo che ha coinvolto Apple, per esempio, riguarda il problema del tracciamento degli utenti. Come ha reagito l’azienda di Cupertino?

Anziché fare ciò che tutti si aspettavano che facesse, ossia riconoscere il problema e promettere una soluzione, Apple ha lasciato che i media avessero un’intera settimana per sfogarsi, prima di rilasciare la sua dichiarazione ufficiale. E mentre Apple indagava silenziosamente sui report degli utenti, i media hanno avuto ben sette giorni per speculare sul problema; intanto gli studi legali sono entrati in azione, e perfino South Park ha parlato del problema.
Alla fine, Apple ha fatto il suo rapporto sull’accaduto in modo calmo e controllato: e come risultato, tutto il furore dei media è scemato quasi per incanto. La domanda è: perché Apple agisce in questo modo durante le crisi mediatiche? Si tratta di un approccio molto rischioso: basti guardare la recente vicenda del PlayStation Network di Sony.
Sony ha reagito proprio come Apple, ma il silenzio della compagnia, dopo una settimana di domande dei media e degli utenti, è stato visto come la peggior reazione possibile che l’azienda potesse avere.

Il modo in cui Apple ha superato gli ultimi due “scandali” (l’antennagate e il “locationgate”) è un barometro che indica quanto seriamente l’azienda prenda la stampa (come fa notare TUAW): più selvaggio diventa lo schiamazzo dei media nell’ipotizzare le risposte che Apple dovrebbe dare, più Apple le ignora, si chiude in laboratorio, ed esce solo quando ha pronta la verità e la soluzione al problema. Riguardo l’antennagate, per esempio, inizialmente si diceva che iPhone 4 perdesse il segnale solo se impugnato in un certo modo; i media hanno indicato un difetto di produzione che avrebbe richiesto un richiamo di iPhone 4, e che sarebbe costato ad Apple circa dieci milioni di dollari. Ma Apple ha riposto puntualizzando che tutti i telefoni, impugnati in un certo modo, perdono il segnale, e ha offerto bumper gratuiti a chiunque avesse un iPhone 4. Ed è andata avanti, vendendo decine di milioni di iPhone.
La recente controversia sui dati “rubati” degli utenti, a voler credere alle voci sensazionalistiche dei media, sarebbe stata un programma segreto creato da Apple per tracciare gli utenti, a scopi certo disonesti e probabilmente di lucro. Se ci si porta dietro un iPhone o un iPad, si è vittime del Grande Fratello di Steve Jobs. Peggio ancora, non si è salvi neanche nella propria casa, dato che chiunque abbia accesso al Mac potrebbe scaricare un programma per visualizzare i dati degli spostamenti. La realtà invece è molto più semplice: Apple ha spiegato che i dati di tracciamento vengono utilizzati per compilare un database degli hotspot Wi-Fi e dei ripetitori dei cellulari per determinare in modo più preciso la localizzazione dell’utente, ed è stato promesso un aggiornamento software perché questi dati non siano memorizzati in modo permanente. E, ancora una volta, Apple continuerà a vendere decine di milioni di iPhone.







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Elisa Furio

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