Danza ed atmosfere eteree si fondono nella mostra “Galatea” di Irina Mattioli

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Irina Mattioli è una giovane fotografa emergente che presenta in questi giorni la sua mostra: “Galatea” a Perugia, presso il Palazzo Conestabile della Staffa (Fondazione Umbra per l’Architettura) fino al 22 giugno.

Nata a Foligno nel 1988, ha cominciato a fotografare per colpa di un “incidente di percorso” che temporaneamente le aveva impedito di continuare a praticare la sua prima e vera passione: la danza.

Cerchiamo di conoscere da più vicino il suo percorso con una domanda di rito:

Com’è cominciato tutto?

“Per anni la fotografia per me è stato solo un modo per immortalare i ricordi delle vacanze o bei momenti con gli amici. Non avevo conoscenza delle attrezzature professionali nè un grande interesse verso il settore, analogico o digitale che fosse.

Le cose sono cambiate intorno ai 18 anni: in modo piuttosto repentino e – oserei dire – apparentemente immotivato, ho iniziato a desiderare un mezzo di ripresa fotografica che mi permettesse di produrre foto dalla forte impronta personale. In un certo senso, come se disegnassi: e infatti da piccola disegnavo tantissimo e quando mi chiedevano cosa avrei fatto da grande, dicevo ‘la pittrice’.
In questo senso, mi sono subito diretta verso un genere, appunto, personale. ‘artistico’, ricco di elementi fantasiosi e lontano dall’idea di ripresa fotografica come cattura del reale.”

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In modo “repentino”… qual’è stata la causa che t’ha fatto intraprendere questa strada e qual’è stata l’evoluzione?

“Mentre provavo un passo a due con un amico, il mio ginocchio è uscito dalla gamba e questo mi ha messa fuori gioco per un pò. Il caso ha voluto che ci trovassimo alla vigilia di uno spettacolo: quello spettacolo è stato il primo di molti che ho imparato a vedere attraverso una lente invece che dal palco.
Ho capito che che la sfida di velocità tra il corpo che balla e lo scatto è incredibilmente motivante: dopo 17 anni di danza… bhè, è come se seguendo il ballerino, mi immedesimassi e non mi riesce difficile percepire il ‘momento’, l’apice, un istante prima che accada. Risucire a catturarlo con la giusta resa fotografica (sempre e rigorosamente con tutti i parametri calcolati in manuale) è una soddisfazione incredibile per me. Ho realizzato che mi piaceva quanto ballare. Da allora il ritmo è diventato sempre più serrato: fotografavo i ballerini, fotografavo i ballerini fuori dal palco, e in contesti arrangiati, e pian piano ho iniziato a lavorare su una mia estetica, che è rimasta – inevitabilmente – molto legata al corpo, al movimento e al balletto.”

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La danza è un tema molto ricorrente nei tuoi lavori. In genere le foto non vanno spiegate; ma sarebbe interessante poter “sbirciare” nella tua mente e suggerirci una chiave di lettura

“Come hai suggerito anche tu, sul fatto che le foto non vadano spiegate, sono totalmente d’accordo.
Credo che l’arte figurativa sia un prodotto così immediato e di veloce, forte impatto, che ‘spiegarlo’ ne forzi la natura stessa. Oltre ad essere una cosa decisamente non necessaria per la fruizione.

Per quanto mi riguarda, a volte parto da degli spunti, dei vaghi ‘temi’ che mi aiutano a dare ritmo a una serie di foto. Ma la verità è che molto spesso si tratta solo di soluzioni grafiche, di colori dominanti, di oggetti o abiti che mi ispirano, di persone di cui mi fido e che hanno un personale in grado di aiutarmi a tradurre un’idea in foto.

In tutto ciò, è vero, la danza rimane. Me lo dicono in molti: anche quando non fotografo elementi o persone direttamente correlati ad essa, cose più astratte, situazioni apparentemente slegate… una patina resta sempre percepibile: è una cosa che a quanto pare tende a riaffiorare, forse perchè è stata una parte dominante del mio quotidiano, delle mie esperienze e dei miei rapporti per quasi tutta la mia vita.”

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Una ragazza talentuosa che, sfruttando i vantaggi (inizialmente) economici del mondo digitale, è arrivata a concretizzare la sua passione, con notevoli risultati. Ad ogni modo, il fenomeno “democratico” in campo fotografico, sta diffondendo il pensiero che in qualche modo, oggi, tutti possano fare tutto. Cosa ne pensi?

 

“Penso che questo possibilismo, questa democratizzazione che ha sdoganato l’accesso alle arti e alle tecniche più svariate sia un’arma a doppio taglio: è sicuramente una cosa buona per l’umanità e l’istruzione e la formazione personale della gente nella sua accezione più ampia.
Ma al contempo spiana la strada al dilettantismo, compromettendo la percezione della vera abilità e dei più rari talenti (l’uditorio medio rischia di accontentarsi facilmente di qualcosa che gli sembra formalmente ineccepibile, e disallena l’occhio, l’orecchio e i sensi alle sfumature e ai livelli più complessi). Senza contare che, in ambiti come la fotografia, ha creato concreti problemi di ‘mercato’, abbattendo i prezzi a causa di amatori che si improvvisano professionisti per commissioni varie (complice la sempre maggiore accessibilità dei prodotti entry-level nel mercato delle attrezzature).”

Ti definiresti una professionista? Se si, quando ti è scattata la consapevolezza di non essere una semplice amatrice?

“è difficile pensare di farlo senza suonare presuntuosa… ma forse, a questo punto, direi di sì.
I primi anni sono stati di sperimentazione, prove, collaborazioni e commissioni accettate a scopo formativo.
Col tempo però, ho ampliato sempre di più il mio equipment fino a portarlo ad un livello di discreta varietà e di entità effettivamente ‘pro’.
Ho accettato e realizzato sempre più lavori che mi offrivano la possibilità di ampliare il portfolio e applicare la mia sensibilità alle commissioni, confrontandomi però anche con ambiti e situazioni nuove.
A un certo punto, ho messo online un mio sito e fatto stampare biglietti da visita.
Con tutte queste piccole cose alle spalle, ho pensato che potevo dirmi, a ragione, effettivamente uscita dal mondo degli amatori.

 

Ma va detto che sono giovane e che, essendomi formata da autodidatta, ho ancora decisamente tanto da imparare. Perchè il punto è questo: avere le carte per giocare da professionista, non significa essere un fuoriclasse. È un processo che potenzialmente non finisce mai, se lo si sta attuando nel mondo giusto: in questi temini, l’autocritica costante e il desiderio di superarsi (in altre parole: la coscienza dei propri limiti) sono una molla insostituibile per il miglioramento.”

Irina Mattioli facebook page

 

 







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Alberto Moschini

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