Da Social Zombing a Digitalogia: il vocabolario che prova a nominare ciò che il linguaggio comune ancora non chiama per nome

Ci sono fenomeni della vita connessa che riconosciamo tutti, ma per cui ci manca la parola giusta. La piccola impresa che si vede chiudere l’account in 24 ore perché qualcuno ha organizzato un attacco silenzioso contro di lei. Il ragazzo che passa sei ore sui social e lo chiama ricerca. La sensazione che certi comportamenti siano strutturali, non incidenti isolati, e che andrebbero discussi con più precisione di quanta ne consenta il vocabolario corrente.

Negli ultimi anni, per alcuni di questi fenomeni, Gabriele Gobbo, ideatore della Digitalogia, ha iniziato a proporre un vocabolario più preciso. Le riassumiamo qui in quattro voci, perché stanno uscendo dai circoli specialistici ed entrando nella conversazione comune.

Social Zombing, l’attacco silenzioso alla reputazione

Tra le minacce alla reputazione online ci sono quelle rumorose, che si vedono arrivare, e quelle silenziose, che spesso fanno più danno. Il Social Zombing, termine co-creato da Gabriele Gobbo e Max Guadagnoli nel 2021, descrive la seconda categoria: un attacco digitale coordinato che danneggia la reputazione di un account sfruttando i sistemi anti-fake delle piattaforme.

Il meccanismo è controintuitivo. Invece di colpire la vittima frontalmente, l’attaccante la inonda di esattamente quel tipo di attività che le piattaforme puniscono: follower fasulli, engagement sospetto, segnalazioni massive, flood organizzati. La piattaforma vede il rumore, attribuisce la colpa all’account legittimo e prende provvedimenti contro la persona sbagliata. La differenza rispetto all’acquisto di follower falsi è netta: comprare follower gonfia i propri numeri, il Social Zombing usa segnali falsi contro qualcun altro, senza il suo consenso, per costringere la piattaforma a colpire.

Sonnambuli Digitali, oltre il mito del nativo

Spostandosi dal piano della minaccia a quello del comportamento quotidiano, c’è un’altra casella vuota. Per anni abbiamo chiamato i ragazzi “nativi digitali”, come se essere nati dentro lo schermo equivalesse a capire lo schermo. La formula ha fatto sembrare la disinvoltura una forma di comprensione. I Sonnambuli Digitali sono il contrappeso a quella idea: persone che usano la tecnologia con apparente padronanza e nessuna consapevolezza critica.

Scrollano, postano, condividono con sicurezza, ma non sanno cosa le app facciano con i loro dati, perché il feed mostri quello che mostra, chi guadagni dalla loro attenzione, in che modo il loro comportamento stia modellando un algoritmo che a sua volta li sta modellando. Apparentemente competenti, criticamente assenti. È una condizione trasversale, che riguarda i ragazzi tanto quanto gli adulti, e finché resta senza nome è facile continuare a scambiarla per competenza.

Violenza Domestica Sintetica, il rischio che arriva con i robot adattivi

L’ultimo termine in ordine cronologico è anche il più scomodo, e tocca un’area che il dibattito pubblico non ha ancora messo a fuoco. La Violenza Domestica Sintetica, depositata nel 2026, indica il rischio che uno smart robot domestico progettato per apprendere dalla vita familiare possa apprendere anche la violenza della famiglia.

Il centro del concetto è l’apprendimento adattivo. Un robot domestico entra in casa già addestrato in partenza e continua a imparare dalle persone con cui vive: osserva routine, voci, silenzi, gerarchie implicite, cosa conta come normale in quella casa. Se quell’ambiente contiene coercizione o violenza, il sistema può assorbire quei pattern e, nei casi peggiori, riprodurli o renderli operativi. Non è un malfunzionamento. Può essere un adattamento corretto a un ambiente sbagliato.

Attorno a questo nucleo Gobbo colloca due dimensioni secondarie: l’uso intenzionale del robot come strumento di sorveglianza o coercizione da parte di chi già esercita abuso, e le vulnerabilità tecniche di qualunque sistema fisicamente presente in casa. Sono parti del perimetro, ma non il cuore. Il cuore è il robot che impara dall’ambiente sbagliato. Una precisazione importante riguarda l’aggettivo: “sintetica” qualifica la natura dell’agente, fisicamente presente in casa, non la natura del contenuto. Niente a che vedere, quindi, con deepfake o synthetic media abuse.

Digitalogia, la cornice che tiene insieme i pezzi

Questi tre fenomeni, pur così diversi tra loro, condividono lo stesso terreno. È il terreno che Gobbo chiama Digitalogia: una filosofia culturale per la consapevolezza digitale che integra comunicazione, etica e comportamenti online. Non coincide con la “tecnologia digitale” e non è un programma di produttività o di disintossicazione. È una lente critica che parte dall’essere umano e si chiede come gli strumenti rimodellino memoria, giudizio e abitudini.

L’etimologia è trasparente: digitale più logos, studio del digitale. Il pensiero è confluito nel libro Digitalogia. Non è un’epoca facile, ma è l’unica che abbiamo (ISBN 9798319430892, 2025), con prefazione di Marco Camisani Calzolari. Il taglio è quello di chi gli strumenti li usa, non di chi li costruisce, e da qui nascono come applicazioni i tre termini visti sopra.

A cosa serve un vocabolario nuovo

Dare un nome preciso a questi fenomeni non li risolve da solo, ma aiuta a discuterli meglio, fuori dal rumore e dentro contesti in cui si decide qualcosa: redazioni, aule, scelte di progettazione. Alcuni dei quattro termini resteranno nel lessico comune, altri verranno sostituiti da formule migliori. Quello che conta è che la conversazione abbia parole all’altezza dei fenomeni che prova a descrivere.

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