Sono passati due anni dalla WWDC 2020, quando Apple annunciò l’abbandono dell’architettura Intel per realizzare Mac basati su un SoC proprietario.
E’ nel DNA di Apple la realizzazione di hardware proprietario, perché nell’idea della società di Cupertino, hardware e software devono dialogare armoniosamente per ottenere il meglio l’uno dall’altro, e lavorare insieme per ottenere quanto desiderato nel miglior modo possibile (come “corollario” possiamo ricordare che Apple fu anche la prima azienda ad abbandonare il floppy, a puntare sulla USB con il primo iMac, ad abbandonare CD/DVD, e ultimamente a spingere sulla USB-C… queste sono altre storie, ma ci ricordano come Apple sia sempre stata avvezza a forzare cambiamenti drastici sulle proprie macchine).
Se agli albori del Mac, il processori utilizzati furono comunque qualcosa di standard (Motorola 68k) Apple decise poi di passare ai PowerPC, processori dedicati che nascevano dall’alleanza di Apple con IBM e Motorola, ma sappiamo tutti come finì: la differente visione dei tre partner sugli sviluppi futuri della piattaforma, nonché i problemi dei consumi del PPC-G5 (che non riusci mai ad entrare in un portatile) costrinsero Apple a “ripiegare” su Intel… e se questa scelta era comunque sobordinata ad una sorta di collaborazione Apple-Intel nello sviluppo di parte dell’archittura dei processori, a Cupertino pensarono bene di acquistare P.A.Semi, una società specializzata nello sviluppo di processori con architettura ARM. A molti fu subito chiaro quale sarebbe stato l’obiettivo futuro di quella mossa, ma ci vollero diversi anni prima di vedere il primo SoC marchiato con la mela, l’Apple A4 montato sull’iPad di prima generazione e sull’iPhone 4.
Anno dopo anno, la potenza di iPhone e iPad cresceva a dismisura grazie agli sviluppi dei nuovi chip, tanto che la stessa Apple pubblicizzava gli iPad come strumenti più potenti di molti laptop della concorreza: era solo questione di tempo prima di veder arrivare chip propietari sui Mac, ma non bastava fare chip della stessa potenza dei rispettivi Intel… non ci sarebbe stato alcun vantaggio, anzi ci sarebbe stati tutti gli svantaggi tipici di questi cambiamenti drastici, e chi come me ha vissuto tutte le precenti transizioni (68k->PPC, MacOS classic->MacOSX, PPC->Intel, 32bit->64bit) sa di cosa parlo.
Era necessario avere dei chip molto più potenti, nonché tutti gli strumenti per rendere questa transizione quasi indolore a utenti e sviluppatori, e così è stato…

L’Apple M1 è un chip dai consumi ridotti (quindi adatto ai portatili, me anche agli iPad), prestazioni elevate, e scalabilità estrema, come si è visto nelle sue innumerevoli reincarnazioni (Pro, Max e Ultra). Le applicazioni scritte e ottimizzate per M1 girano a velocità molto superiori rispetto alle loro controparti Intel, gli sviluppatori possono creare applicazioni “FAT” per entrambi i mondi Apple, e l’utente può far girare anche le vecchie applicazioni Intel grazie a Rosetta 2, che interpreta il codice Intel e lo tramuta in codice M1; sostanzialmente Rosetta 2 è l’erede di Rosetta, che aveva accompagnato la transizione PPC->Intel, ma funziona molto meglio. L’unica pecca attuale riguarda la virtualizzazione delle macchina Wintel, che risulta essere più pesante di prima a causa della necessità di emulare un’architettura differente… ma la cosa non riguarda chi usa solo Mac con macOS…

A due anni dall’annuncio, e un anno e mezzo dalla presentazione dei primi Mac Silicon (così è stata denominata la linea di Mac basati sulla nuova architettura), eccoci quindi alla resa dei conti: prima di tutto sono transitati i Mac più “piccoli” (Air, Mini, e il MacBook Pro da 13″) senza nemmeno cambiare il design, poi sono arrivati dei nuovi sorprendenti iMac e una nuova linea di MacBook Pro. Infine è stata l’ora del nuovissimo Mac Studio, erede del Cube G4 o crescita del Mac mini, accompagnato dal nuovissimo Studio Display (che ha un prezzo più accessibile rispetto al Pro Display XDR). A mio avvio il Mac Studio con relativo monito, va a sostituire quello che era l’iMac Pro (o perlomeno io vedo la nuova accoppiata come una soluzione migliore rispetto a quella del precedente iMac Pro da 27″) ma manca ancora l’ultimo tassello del puzzle.

Storicamente le precedenti transizioni sono durate due anni, anche perché periodi più lunghi soffocherebbero tanto le vendite dei modelli che non si aggiornano, quanto quelle dei modelli nuovi, perché gli utenti aspettano aggiornamenti rispetto alle primissime serie. Visto che siamo a due anni dall’annuncio, l’imminente WWDC 2022 potrebbe essere l’occasione per annunciare l’ultimo tassello della transizione: un nuovo Mac Pro, che realisticamente potrebbe ospitare anche una nuova versione del SoC Apple… un ipotetico Apple M2 sul quale non mi sbilancio. Improbabile che venga rilasciata da subito tutta una serie M2, con tanto di M2 Pro, M2 Max e M2 Ultra, ma per il nuovo Mac Pro servirà indubbiamente la versione più potente del nuovo chip Apple, mentre la versione base potrebbe equipaggiare una nuova versione del MacBook Air accompagnata, stavolta, da un restiling estetico.

Trattandosi di una conferenza per gli sviluppatori, non mancheranno gli annunci sulla nuove versioni di macOS, iOS, ipadOS, e affini, ma l’altra grande novità potrebbe essere un’altra… Pare quasi certo che Apple presenterà un visore di realtà virtuale/aumentata, e dalle indiscrezioni dell’ultima ora pare che sarà qualcosa di “indipendente” e molto complesso (si parla di 14 camere, doppio schermo 4k, e utilizzo di M1 Ultra o del nuovo M2). Fermo restando che siamo ancora nel campo della pura speculazione, resta da chiedersi per cosa verrebbe utilizzato, anche perché all’aumentare della complessità aumenta anche il costo, e se il prezzo di vendita dovesse essere troppo elevato, c’è il rischio che diventi un prodotto di nicchia di un settore che è già una nicchia…
Lo smartphone lo utilizziamo tutti, tutti i giorni, è utile in moltissime cose nel corso della giornata, e chi apprezza l’ecosistema Apple è disposto a spendere qualcosa di più per un prodotto che meglio si adatta alle proprie esigenze ed è anche più duraturo; lo stesso potremmo dire per un Mac, dove si aggiungono anche i parametri di prestazioni e affidabilità (elemento importantissimo per chi ci lavora)… ma possiamo dire lo stesso anche per un visore di realtà virtuale? Senza conoscere i potenziali utilizzi è difficile fare una stima, ma probabilmente non si tratterà di un oggetto da utilizzare quotidianamente e con la stessa frequenza (non un visore perlomeno, mentre se ci fossero anche degli occhiali “smart”, il discorso potrebbe essere diverso). Ma ripeto, più che di informazioni, qui si parla di speculazioni, quindi non ha nemmeno senso dilungarsi più di tanto. Quello che è certo è che, qualora Apple dovesse davvero presentare dei dispositivi di questo tipo, realisticamente non saranno disponibili prima del prossimo anno, anche perché gli sviluppatori dovranno avere il tempo di preparare software, App, e quant’altro necessario per sfruttarne tutte le potenzialità.

L’appuntamento è quindi su queste pagine per commentare insieme tutto quello che verrà presentato da Apple il prossimo 6 giugno.

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